Ma guarda che cazzo di situazione! Non arriverò mai in tempo. E mi sembra già di sentirli quelli là, con quell'aria superiore, tutti a dire lo sapevo, si fa attendere la primadonna, vuole fare l'entrata in grande stile, il grande uomo, e bla bla bla. Ma cosa dovrei fare? Non posso mica mettermi a sparare fuochi d'artificio su quelli davanti? Anche se l'idea mi stuzzica parecchio a dire la verità. Non posso nemmeno lasciare la macchina qua, ti pare? Non riuscirebbero certo a portarla via con il carro attrezzi, ma in ogni caso che figura ci farei? Vedo già le pagine dei giornali di domani: Auto abbandonata in pieno centro manda in tilt il traffico per sei ore. Si cerca di rintracciare il proprietario. Già, come se potessi non essere riconosciuto. Mi costringerebbero a non farmi più vedere per almeno un paio di mesi. No no, per carità. Non mi resta che aspettare, avere pazienza. Già, la pazienza. Non è certo la mia dote migliore. Forse quello con la tutina blu ne ha di più, e certo, vola lui! Cosa gliene può importare del traffico a lui? Beh, c'è anche chi ne ha di meno veramente, l'omino verde ne ha proprio poca, hi hi. Ma cosa mi viene in mente? Sto impazzendo. Sarà questo caldo. Cristo che caldo! E l'abbigliamento non mi aiuta di certo. Potrei inaugurare una nuova versione della divisa per la prossima stagione, magari di un grigio chiaro, o bianca, perchè no? Oddio sto impazzendo davvero. E questa cavolo di macchina? Il meglio della tecnologia, mi hanno detto, accessoriata con tutti i marchingegni che si possano immaginare, e non ha l'aria condizionata! Ma si può? Alle volte penso che avrei fatto meglio e scegliere un altro mestiere, più tranquillo, in un bell'ufficio con l'aria condizionata magari. O il bibliotecario, chiuso al fresco circondato dal silenzio dei libri, dove nessuno mi conosce e nessuno mi nota. E invece guarda qua, tutti mi conoscono, tutti mi additano, e se non sorrido o faccio finta di non vederli si offendono pure! Ma dovrebbero capire che anche uno come me ha le giornate storte, e questa è proprio una di quelle, maledizione! E quello adesso cosa ha da guardare? Si sono io contento? Anzi no guarda, starei andando ad una festa in maschera, se solo riuscissi ad uscire da questo cavolo di ingorgo. Ma probabilmente quando arriverò non ci sarà rimasta nemmeno una fottuta birra fresca per spegnere questa sete. Quindi fammi il piacere di smetterla di fissarmi e girarti dall'altra parte se non vuoi che venga lì a spiaccicarti quel bel nasino fighetto su quella faccina carina! Guarda che è grazie a quelli come me se puoi fare la vita che fai, con la tua bella macchinina, il tuo pulloverino e la fidanzatina biondina tutta coccole e sorrisini! E non sudi neanche, ma come cavolo fai? Che rabbia! Sono già fermo da quaranta minuti e avrò fatto si e no cinquanta metri. Ma che cavolo sarà successo? Forse c'è stato un incidente. Forse dovrei andare a dare un'occhiata. Ma nessuno mi ha chiamato, e poi oggi sarei in ferie, quindi che ci pensi qualcun altro per una volta, e che cavolo! Se pensano che quelli come me non abbiano diritto ad un giorno di ferie si sbagliano di grosso, ce l'ho eccome! Loro vivono tranquilli nelle loro casette e non si preoccupano di niente, certo, ci siamo noi! Ma non pensano mai allo stress, alla fatica, sempre di corsa da una parte all'altra della città, senza una vita propria, una famiglia. Guarda che te la sei scelta tu la tua vita, mi direbbero. Già. Ed hanno proprio ragione, ma non mi sembra comunque una ragione valida per non mostrare un pò di rispetto per quelli come me. Quelli come me. Quelli come me. Beh, sai che c'è di nuovo? C'è che quelli come me a volte si rompono i coglioni e per un giorno se ne fregano di quelli come voi!
Giovedì 18 giugno Buona sera. Ecco le principali notizie del telegiornale: ieri sera verso le 19 in pieno centro a Gotham City è stato avvistato un uomo che vestito da Batman saltava sulle macchine incolonnate dopo aver abbandonato la sua auto, una riproduzione spartana della bat-mobile. Fermato dalla polizia non ha saputo fornire le sue generalità. Interrogato dagli agenti non avrebbe risposto ma avrebbe continuato a ripetere: "devo andare all'Apollo". Per la cronaca al cinema Apollo si è tenuta ieri sera la prima del film "Batman forever". L'uomo è stato trattenuto per accertamenti. Per fortuna non si trattava del vero Batman, altrimenti avrebbe dovuto prendersi qualche giorno di ferie! Via al filmato!
L'uomo senza vita camminava. E camminava senza sapere dove stesse andando. Succedeva sempre così negli ultimi tempi, e del resto non è che gli importasse poi molto. Nonostante abitasse in periferia questa volta i suoi pensieri l'avevano portato in pieno centro, sul viale principale di quel nuvoloso sabato pomeriggio di maggio. L'uomo senza vita camminava sospinto dalle onde dei pensieri e sembrava non curarsi della marea di persone che lo attraversava. Succedeva sempre così, anche se in realtà l'uomo senza vita non pensava praticamente mai a niente. Solo un pensierino alla volta, piccolo e insignificante. Più che un pensiero di solito era un'immagine che gli entrava in testa e se ne stava lì, senza dire o domandare niente. Nessuna rivelazione in ogni caso. L'uomo senza vita camminava osservando la sua immagine riflessa nelle vetrine. Non che facesse qualche considerazione particolare sulla sua immagine, in fondo era solo un anonimo uomo senza vita come tanti. Solamente camminava e guardava, con la testa vuota, o meglio piena della sua immagine riflessa. Passo dopo passo. Vetrina dopo vetrina, l’uomo senza vita camminava, quando un flebile e lontano suono insinuò un brivido nel suo torpore. Ding! L'uomo senza vita sentì un peso ammassarsi sul cuore. Ding! Non riusciva a capire cosa fosse ma sapeva che era lì. Ding! Era come non riuscire a trovare qualcosa che si ha sotto il naso. Ding! Il suono più forte lo aveva ormai completamente svegliato. Ding! Poi comprese. L'uomo si fermò davanti ad un'agenzia di viaggi, e tra una verde isola tropicale e la gialla notte di una capitale fissava la sua immagine riflessa. Solo che non era proprio la sua immagine. Quello dall'altra parte innanzitutto sorrideva, mentre il se stesso da questa parte aveva la bocca spalancata di stupore. Inoltre il riflesso sembrava più, come dire, “piacevole”: capelli a tinta unica, pelle abbronzata, abbigliamento di classe, e ostentava una sicurezza che l’uomo non aveva avuto nemmeno il giorno che era nato. Mistero. Ricadde in un nuovo torpore, concentrato e sconcertato. Era una cosa prodigiosa. Forse una trovata pubblicitaria del negozio? Poco probabile. Forse questa volta l’uomo senza vita si era perso per troppo tempo e aveva la allucinazioni? Disidratazione? Colpo di sole? Eppure si sentiva bene, per quanto questo aggettivo si addicesse alla sua mancanza di vita. E allora? Riuscì faticosamente a staccare gli occhi dalla vetrina e si guardò lentamente attorno, indeciso se fermare qualche passante e renderlo partecipe del suo mistero. Ma cosa avrebbe potuto dire? “Mi scusi, mi farebbe la cortesia di guardare un momento il mio riflesso nella vetrina? Sembra anche a lei che non mi assomigli per niente e mi sorrida?”. Figuriamoci, l’avrebbero guardato come si guardano i pazzi e i poveretti. Inoltre quelli non lo guardavano per niente, passavano annegati nei loro milioni di pensieri interessanti e frenetici, ma a questo l’uomo senza vita era ormai abituato da tempo. Abbandonata la prima idea ritornava a concentrarsi sul suo riflesso quando un nuovo particolare lo colpì violentemente. Vacillò sulle gambe malferme quasi che fosse stato colpito da un vaso caduto da uno di quegli attici inarrivabili per altezza e tasca. Accanto all’agenzia di viaggi c’era un negozio di strumenti musicali dal quale usciva una musica strana che non conosceva. Nelle vetrine centinaia di chitarre multicolore, lucide e fiere, bassi imponenti e persino un pianoforte a mezza coda, e in mezzo a tutto ciò ancora lui. Solo che non era proprio lui, e non era nemmeno quello dell’agenzia di viaggi. All’uomo senza vita adesso girava la testa in un vortice di incredulità e incomprensione. L’uomo in mezzo alle chitarre aveva più o meno la sua stessa brutta cera, forse un po’ peggiore, e davvero sembrava che fosse stato frullato, se non altro perché portava pantaloni strappati nelle ginocchia, e una maglietta sgualcita con la parola “Tivoli” scritta con un pennarello nero sul petto. I capelli erano lunghi fino alle spalle, sporchi e spettinati. In generale dava l’impressione di vivere in un mondo dove farsi la doccia non era più un’abitudine. Questo riflesso non sorrideva, anzi, pareva accigliato se non addirittura triste, ma aveva una luce negli occhi che l’uomo senza vita non aveva mai visto nelle sue annoiate ispezioni mattutine davanti allo specchio. A questo punto l’uomo senza vita fu assalito dalla fortissima sensazione di essere piombato dentro un sogno, assurdo e per certi versi divertente ma un sogno. Arrivò persino a pensare di essersi addormentato nel suo vagabondare e di non essersene reso conto. Ma la verità è che non sapeva proprio più cosa pensare. La gente attorno a lui sembrava non accorgersi di niente, eppure era così evidente! Passava da una vetrina all’altra, da un se stesso all’altro, saltellando ora su una gamba ora sull’altra in una danza ridicola, e accompagnando ogni movimento con le domande che adesso fluivano in cascata nella sua mente impazzita. “Chi sono questi me?” “Cosa vogliono da me?” “Perché se ne stanno lì e non dicono niente?”. Queste erano le domande. Quando arrivò a “Quanti me esistono?” un’altra idea gli balenò davanti agli occhi come una fucilata. Interruppe la sua danza e iniziò a correre freneticamente verso nuove vetrine e nuovi riflessi di quel sabato pomeriggio nuvoloso di maggio, incurante della gente che urtava e che lo malediceva. Aveva un urlo soffocato in gola, un urlo muto che voleva dire tutto ma che non aveva il coraggio di dire niente. Nel momento stesso in cui si piazzava davanti ad una vetrina appariva un nuovo se stesso uguale ma diverso, un riflesso uguale e contrario allo stesso tempo, un uomo che era sì lui, ma pieno di vita! L’uomo senza vita si fermò. Immobile dove si trovava. La gente adesso lo guardava davvero, e continuava ugualmente ad evitarlo. Dalla sua posizione non vedeva nessun riflesso, nessun se stesso, ma non ne aveva bisogno. Aveva capito. Alzò le braccia in una grande V e liberò l’urlo muto per dire agli angeli che aveva capito. E pianse.
In quel giorno di quella che sarebbe stata definita “l’estate dell' amore" faceva proprio caldo. Il sole appeso allo zenit del cielo non accennava ancora a calare, la striscia di asfalto dritta, sparata perpendicolare all'orizzonte, al momento in discesa ma presto in risalita, ballava e si scomponeva filtrata da fiamme invisibili e vapore che non era più acqueo da un pezzo. Che caldo faceva! Un caldo così non se lo ricordava proprio. A dire la verità non lo aveva mai vissuto un caldo così: i bollettini e gli almanacchi dicevano che l'ultima estate veramente torrida era stata quella del '50, l'anno in cui era nato suo nonno, il mitico "Barndoor". Non che ascoltasse bollettini vecchi di quasi due decenni o leggesse polverosi almanacchi, no. Lo sapeva dai racconti che suo padre gli faceva dei racconti di suo nonno, allora funzionava così. Erano passati quindi diciotto anni da quell'ultimo assaggio d'inferno, e nonostante i racconti della sera mettessero in moto (è proprio il caso di dirlo) la sua immaginazione adesso che ci si trovava in mezzo non ne condivideva l'aura di avventura che avevano nella sua testata, e anzi scrutava l'orizzonte impaziente alla ricerca della prima area di sosta con un po' di ombra. Procedeva su quel nastro bollente già da molte ore a velocità sostenuta un po' per la fretta di arrivare (If you're going to San Francisco cantava la radio), un po' perché l'aria che muoveva al suo passaggio era l'unico conforto per le gomme quasi sciolte e per il suo cuore sbuffante vapore e olio bollente quasi fosse una locomotiva. Non aveva incontrato nessuno dal mattino, eccezion fatta per un militare in congedo alla stazione di servizio, un giovane nero di nome Jimi dallo sguardo allucinato che lo aveva fissato per diversi minuti senza battere ciglio prima di tornare a strimpellare il piccolo strumento che portava nello zaino; e, verso mezzogiorno, per un vecchio pick-up Ford che non si era nemmeno degnato di rispondere al suo colpetto di saluto e addirittura aveva biascicato qualcosa a proposito degli stranieri quando aveva leggermente scodato per mostrare il suo vero ed unico orgoglio, il motivo che lo aveva spinto a scappare di casa e ad intraprendere quel lungo viaggio, solo e lontano dalle strade che aveva percorso per tutta la sua breve vita, dai suoi simili e dal suo amato proprietario. Ricordava ancora con affetto il momento in cui un anno prima lo aveva portato a casa: all'epoca era giallo come un gigantesco canarino e lucido, ma bastarono poche sapienti pennellate per trasformarlo in un'esplosione di colori e motivi diversi. Il suo originario colore infatti era ormai delegato al ruolo di sfondo per tutta una serie di disegni floreali e simboli che si espandevano come un'edera in ogni angolo della sua carrozzeria. Fiori viola attorno ai fanali, margherite nei cerchioni, vortici e spirali ai finestrini, un enorme LOVE scritto con i fiori sul portellone laterale e un PEACE arcobaleno sul lato posteriore. Ma era sul lato sinistro, quello opposto al portellone scorrevole che invitava ad amare, che si trovava il capolavoro: una notte stellata che invadeva il tettuccio altrimenti bianco, un palco fatto di assi di legno, scarno, chiazzato di birra e coperto di amplificatori impilati; più indietro, dove avrebbero dovuto esserci due finestrini, su una parte leggermente rialzata una batteria essenziale, di quelle senza tanti fronzoli, da jazz. E al centro della scena eccolo, un grosso BRADIPO, con una fascia sulla fronte, vestito con un paio di pantaloni rossi a zampa e una camicia a righe arancioni e gialle, svolazzante di merletti, inginocchiato davanti ad una chitarra elettrica in fiamme, ipnotizzato dalla danza del fuoco, mani ad evocare gli spiriti della musica, narici tese ad annusare il suono del futuro, occhi fissi a guardare ciò che non è ancora nato. Perché un bradipo? Non saprei, chiedete a Jimi.
Non lo so. Ma in questi tre anni il mio è cambiato davvero. Vive con un cuore dolce come il pianeta da cui proviene e un piccolo cuore grande come l'universo stesso. Esplode come un fuoco d'artificio all'alba, e ama. Davvero. Bentornato cuore.
Domani avrò un occhio nuovo. Una finestra nuova di zecca. Un'occasione per rivalutare e ribaltare il mondo. Una nuova visione delle cose? Non spero tanto, ma una bella mescolata a queste carte ultimamente poco fortunate e troppo basse per sperare di giocare, quella si. Tante pacche sulla schiena per questi pezzi che lascio sulla strada, grazie fratelli e sorelle vagabondi compagni di viaggio, ma tu dove sei? Dove la tua ombra per riparami da questo sole che mi ha bruciato la vista? Dove un pò del tuo ghiaccio per le labbra seccate da questo deserto? Non ti vedo e non ci sei, e mi costringo ancora una volta a camminare per non diventare sabbia. E in questo deserto non ti posso perdonare...
Via via, via di qui...cos'è questo impulso che ci spinge ad andare, continuamente. Non importa dove, non importa come ma andare, semplicemente. Lontano. Da tutto questo ma anche da tutto il resto. Spesso, sempre più spesso, penso al me vecchio, malinconico e rassegnato...quante occasioni, quante scelte non fatte, quante opportunità! Partire è una scelta, certo, ma la strada! I luoghi appena nati nello sguardo! Il tempo! La mente lenta sempre un passo indietro....lontano, all'orizzonte....visioni, sensazioni di qualcosa provato e mai dimenticato, qualcosa che manca. Le lacrime si affacciano agli occhi se penso alla strada...la libertà, cazzo! La libertà! Forse apparente, forse finta, ma che respiro! Che sensazione! Ripeto: andare è la nostra unica funzione nel tempo. Jack continua ad avere ragione, e non è un caso se è quello che ricordo meglio, tatuato sulla pelle dell'anima. Siamo sempre troppo stanchi, sempre fottutamente stanchi di tutto, annoiati del mondo...e tra rabbia tristezza e noia si strangola il nostro tempo. Una vita! Una occasione! Senza possibilità di scelta...e allora? Quanto ci serve per capire? Quanto per agire? Cosa serve? La verità è che siamo maiali nel fango, allegri e disperati in questo schifo di recinto. La verità è che questo recinto ci piace...stupidi fottuti maiali...
Quando il bambino era bambino se ne andava a braccia appese voleva che il ruscello fosse un fiume il fiume un torrente e questa pozza il mare
Quando il bambino era bambino non sapeva d'essere un bambino e per lui tutto aveva un'anima e tutte le anime eran tutt'uno
Quando il bambino era bambino su niente aveva un'opinione non aveva abitudini sedeva spesso a gambe incrociate e di colpo sgusciava via aveva un vortice tra i capelli e non faceva facce da fotografo
Quando il bambino era bambino era l'epoca di queste domande perchè io sono io? e perchè non sei tu? perchè sono qui? e perchè non sono lì? quando comincia il tempo? e dove finisce lo spazio? la vita sotto il sole è forse solo un sogno? non è solo l'apparenza di un mondo davanti al mondo quello che vedo sento e odoro? c'è veramente il male? e gente veramente cattiva? come può essere che io che sono io non c'ero prima di diventare? e che una volta io che sono io non sarò più quello che sono?